Odi et amo - Maratona di San Valentino

Scritto il 14/02/2018
da Eleonora Morrea

di Nicole Benedettini

Eravamo come i pianeti in orbita, ci giravamo intorno, senza mai avvicinarci né allontanarci troppo, stavamo semplicemente così, ad osservarci, senza il coraggio di fare il primo passo ma senza la forza di lasciarci.

Funzionava così fra di noi. Ce ne dicevamo di tutti i colori, ma ci tenevamo sempre d’occhio da lontano, nel caso l’altro avesse avuto bisogno. A volte però, nel toccarci, prendevamo la scossa e stridevamo come freni a cui manca l’olio, e si formava quella scintilla ardente, quel contatto vivo, quella fiammella effervescente.

Amavo quel brivido.

C’era attrazione, di quella che ti fa sentire l’elettricità, la velocità, l’ebbrezza, che amplifica un tocco mille volte, e allora uno sguardo diventa come un cerotto sulle ferite aperte, un sorriso come la nota musicale giusta al momento giusto.

Nonostante questo delicato romanticismo, che certe volte invadeva i miei pensieri, la verità era una sola: ti odiavo. Avevo capito fin dal primo giorno in cui incrociai il tuo sguardo che saresti stato la fonte di tanti problemi.

Odiavo quegli occhi nocciola che avevano la malsana abitudine di osservarmi sempre e comunque, odiavo le tue mani perché continuavo ad immaginarmele sul mio corpo, odiavo quel sorriso sarcastico e attraente che ti stampavi in faccia, odiavo dover ammettere che spesso ti lanciavo più di un’occhiata quando ti toglievi il maglione e magicamente ti si sollevava pure la maglietta.

La fantasia galoppava in terre lontane, nemmeno immaginabili da noi poveri esseri umani.

E non sai quanto mi sono odiata nell'accorgermi che, inconsciamente, avevo adottato il tuo stesso modo di toccare e districare i capelli. Quelle reazioni involontarie erano sbagliate fin dall’inizio.

Le varie minacce che uscivano dalla mia bocca, non le dicevo tanto per dire.

Avrei veramente voluto buttarti giù dal terrazzo, avrei voluto darti due ceffoni quando dicevi cazzate a caso, avrei voluto distruggerti, tanto quanto tu distruggevi me.

Ma la cosa divertente era che mi sembrava esserci una specie di limite a cui ci avvicinavamo sempre di più, ancora e ancora, ma senza oltrepassarlo mai. Avrei voluto distruggerti, è vero. Ma alla fine, se ci fossi riuscita, sarei venuta a salvarti.

Forse non volevo davvero distruggerti. Forse era solo un pretesto per starti vicino. O forse era la questione spinosa della paura.

Paura che i sentimenti potessero prendere il sopravvento quando volevamo solo fare calcoli razionali fuori dalle ore di matematica, paura che le parole di quei poeti classici così lontani da noi giovani del duemila potessero ripercuotersi senza via d’uscita.

Ogni tanto avrei voluto usarti come sacco da fit boxe, invece mi ritrovo a fare il tifo per te.