Carezze

Scritto il 27/05/2018
da Eleonora Morrea

di Valentina Lo Cascio

Quando l’uomo entrò nella stanza, lei era lontana, sotto la finestra. L’uomo avanzò lento e titubante, a testa bassa, quasi per scusarsi. Lei, allora, esplose nel suo inconfondibile sorriso. Anche lui ne accennò uno, non visto, sempre a testa bassa. Procedette. La donna lo invitò a sedersi.

Si adagiò sulla poltroncina antica ricoperta di raso verde così come una piuma tocca terra. Si sentiva colpevole. In quel preciso istante avrebbe voluto non esistere. Esisteva, invece. Esisteva lui con la sua marea di contraddizioni e di ipocrisie. Esisteva lui con la sua logorante nostalgia, con il suo rimorso insopportabile.

- Stai bene? – chiese la donna. L’uomo mugugnò un “sì” con lo sguardo rivolto alla finestra. Il sole accogliente del pomeriggio li riscaldava. Poi, lei gli toccò il viso e lo indirizzò verso il suo.

- Guardami – soggiunse con uno sguardo dolcemente severo. Non poté evitare i suoi occhi. Fu allora che una lacrima improvvisa gli solcò la guancia destra. Ebbe la prontezza di asciugarla immediatamente con il palmo della mano, ma ormai era tardi. Era troppo tardi. Lei se ne era già accorta. Il suo sorriso divenne più forte, più penetrante. Lui trattenne altre due lacrime agli angoli della bocca. Le chiese: - E tu, come stai? – La donna, sempre sorridendo, fece un gesto rassegnato con le braccia. – Non mi lamento, stai tranquillo; mi scambio ogni giorno confidenze e pensieri con questi miei amici… - disse indicando una pila disordinata di libri sul comodino. – Ma sai cosa mi manca davvero? Il calore, il calore di una presenza affettuosa e che mi faccia sentire meno sola in questa mia solitudine… -

L’uomo lasciò cadere una lacrima e si grattò la testa per apparire indifferente. Ma l’indifferenza spesso è difficile da dissimulare senza il rischio di farsi smascherare, specie se in fondo non la si conosce.

E così, una sfumatura appena percettibile del suo sguardo, due pieghe sottili verso il basso agli angoli della bocca, l’inarcatura mesta del sopracciglio, quali amici infedeli, svelarono il suo segreto.

- Ecco le sue medicine – l’infermiere irruppe nella stanza.

Quell’uomo sconosciuto gli apparve come un angelo,lì con il suo camice bianco, o, forse, come un dèmone, il dèmone della sua imperdonabile ingratitudine.

Quando l’infermiere se ne fu andato, la donna, bella nella sua camicia da notte azzurra e setosa, aprì la bocca. Per una, due, tre e quattro volte tentò di emettere un suono ma invano.

Alla fine iniziò a parlare e il suono di quelle parole, lisce, delicate, unte d’amore gli ridiedero vita.

E lo uccisero.

Troppe volte era ritornato e aveva rimuginato sulle sue decisioni, nei suoi pensieri, per potere ammettere che quella era stata veramente la cosa giusta.

Alzò gli occhi. Dal vetro intravide la luce opaca del crepuscolo.

Abbassò di nuovo la testa. La donna sulla sedia a rotelle davanti a lui gli accarezzò i capelli ormai brizzolati. Quella fu l’ultima carezza di sua madre.

Ma lui, ancora, non lo sapeva.

 

 

 

 


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