Finzione

Scritto il 14/02/2018
da Eleonora Morrea

di Simone Scala

Non poteva finire così, no, non dopo quello che c’era stato fra loro. Greg guardava il mare calmo come una tavola da surf e non smetteva di ripeterselo.

Le scarpe marroni vicino all’acqua, il nome di lei scritto sulla sabbia con un bastoncino trovato per caso, perché lui era lì da almeno mezz'ora, infreddolito e impaziente di vederla. Aveva anche disegnato un grande cuore vicino a un mucchio di detriti e già pensava di cancellarlo, per riscriverlo in un posto più romantico.

Greg sbadigliò e si accese una sigaretta. Faceva un freddo cane e c’era pure un accenno di foschia. Il sole appariva sfrangiato e metallico, brutto e fiacco come il suo umore.

Febbraio faceva vomitare, pensò Greg guardando l’orologio. Non c’era nessuno in spiaggia, lei forse non sarebbe nemmeno venuta.

Il messaggio? L’aveva letto? Oppure ignorato? Era sicuro vedersi lì? Cosa le avrebbe potuto dire per farle cambiare idea? Perché gli faceva questo? D’istinto, Greg si piegò sulle ginocchia e cancellò il nome e il cuore, perché non voleva apparire ridicolo.

Lei stava arrivando – se davvero ne aveva intenzione – per confermargli il benservito, e lui invece si comportava come un ragazzino, che cazzo gli era venuto in mente?

Alla sua età scritte e cuori giganti erano semplicemente stupidi. Una cosa però era certa, si disse, camminando avanti e indietro sulla battigia mentre sentiva lo stridio di un gabbiano: lui non glielo avrebbe lasciato fare.

Eh no, non poteva cavarsela così semplicemente e non gli fregava nulla del suo matrimonio e del figlio piccolo. Lei lo aveva cercato, lo aveva sedotto e per un po' si era divertita, approfittando del fatto che lui era single.

E adesso che la loro avventura si era trasformata in qualcosa di più serio, aveva deciso di troncarla. E i suoi sentimenti? E quello che provava lui? Perché gli faceva questo?

Tornò a ripetersi, fissando i capanni distanti dove ora c’era un uomo con un cane. Intanto si stava facendo buio, già si vedevano i primi lampioni accesi e le luci dietro le finestre dei pochi hotel aperti. Lei non arrivava, non c’era. Gli aveva dato buca, lo ignorava. A San Valentino, la festa degli innamorati e delle delusioni feroci.

Aspettare ancora? Affrontarla a casa sua? Affrontare anche il marito?

Eh no, non glielo avrebbe proprio lasciato fare…

I dubbi gli grattavano la mente e Greg guardò di nuovo l’orologio. Si accese l’ennesima sigaretta e decise di attendere qualche altro minuto, si passò una mano fra i capelli neri, imprecò. Poco dopo sentì una voce femminile che lo chiamava nell’oscurità che si stava levando.

«Greg? Ci sei?»

«Sono qui Ursula, vieni.»

Lei gli si presenta davanti nervosa e intirizzita, avvolta in un cappotto di lana grigio. Lo assale subito.

«Perché continui a messaggiarmi?»

«Ho bisogno di parlarti, di capire.»

«Non c’è molto da capire.» La donna tira su col naso, si aggiusta la sciarpa. «Te l’ho già detto, non possiamo più vederci. Mio marito ha dei sospetti, minaccia il divorzio, minaccia di portarmi via Nicolas.»

«Ma io? Non pensi a me? A noi?»

«Non ho scelta, quante volte te lo devo ripetere?»

«Troveremo una soluzione.»

«Quale?»

«Parlerò con tuo marito, lo farò ragionare, lo convincerò…»

«Smettila Greg, ti prego. Ne abbiamo già discusso. Tu non lo conosci, Wilson è cattivo e vendicativo. Wilson me la farà pagare cara.»

Greg cerca di abbracciarla ma lei si scansa.

«E smettila di darmi appuntamento qui, mi dà sui nervi.»

«È dove ti ho conosciuto.»

«Ma con chi credi di parlare?» sbotta Ursula, dando un calcio a un sasso. «Lo so perfettamente ma, cristo santo, adesso è arrivato il momento di darci un taglio.»

«Non posso.»

«E invece sì, non fare il bambino.»

«Non posso.»

«Dimenticami.»

«Non ci riesco.»

«Addio, non cercarmi più.»

«Aspetta, non te ne andare.»

«Lasciami in pace, ti supplico!»

Lei si gira, aggiusta il cappello con il pon pon sopra i lunghi capelli castani e fa per andarsene. Ha un nodo in gola pesante come un macigno, gli occhi lucidi ma non vuole darlo a vedere.

Greg tiene le mani nelle tasche del cappotto, lo sguardo basso, il ghiaccio dentro. Lei che se ne va di nuovo… che non usa mai parole giuste… lei che lo butta via come una scarpa rotta… butta via il loro amore nel cesso… tira lo sciacquone e amen.

Non comprende proprio, non lo comprende, se ne fotte e torna nella sua bella casa alla moda, torna da suo figlio e da quello scemo del marito. E lui? Non farà nulla? Non si opporrà?

Le mani toccano un oggetto freddo e metallico. Che lui si è portato apposta come extrema ratio e che servirà per risolvere la questione, per non soffrire oltre, per aggiustare tutto. Definitivamente.

«Fermati!»

«Cosa c’è ancora?»

Eh no, non glielo lascerà proprio fare…

«Guardami. Ursula, guardami!»

La donna si volta, spazientita e arrabbiata.

«Che diavolo vuoi?»

«Tu non mi lascerai.»

Poi vede. Nelle mani del suo ex amante. Una pistola. Contro di lei. Vede. La paura l’assale immediatamente, è una scarica elettrica.

«Mettila via! Greg, mettila via! Smettila! Smettila!» urla fuori di sé.

«Dimmi che stai ancora con me. Avanti, dimmelo!»

Lui in quel momento ha una maschera d’odio al posto del volto. Pronto a uccidere, forse lo è davvero o quanto meno è disposto a ferirla, per darle una lezione che non dimenticherà tanto facilmente. E al diavolo la sua carriera nei servizi segreti, al diavolo tutto.

«Dimmelo, puttana!»

Ursula intanto non riesce a muovere un muscolo, il panico l’assale perché non avrebbe mai creduto che lui potesse arrivare fino a quel punto. Certo se ne sentono in giro di storie, però lei si credeva immune, perché sceglieva sempre con cura chi portarsi a letto.

«Non posso dirtelo, è finita.»

All’improvviso si mette a correre, confida nel buio e nel fatto che Greg stia bleffando. Una scommessa pericolosa, ma occorre scrivere la parola ’fine’ una volta per tutte, occorre allontanarlo per sempre dalla sua vita. Dopo questo lei non si farà più vedere, sicuro.

Il marciapiede, se arriva al marciapiede è fatta, le basterà attraversare la strada e chiedere aiuto in quel grande albergo dall’insegna azzurra.

Se arriva viva… aggiunge un secondo dopo, mentre sente gli insulti dell'uomo che la insegue, sente i colpi di pistola, sente il cuore battere come un tamburo ma tiene duro e scappa veloce come una gazzella. Fugge, corre, vola finché non succede qualcosa. Un imprevisto. Una buca che non ha visto, dove s’infila lo stivaletto col tacco causandole una distorsione della caviglia.

Ursula cade sulla sabbia, impreca, si tocca l’arto ferito. Greg è subito su di lei. Potrebbe ucciderla o ferirla gravemente, potrebbe mirare alla testa, alla faccia, allo stomaco, alle gambe, insomma a qualsiasi parte del corpo desideri e per di più a distanza ravvicinata, sarebbe facile ora, sarebbe davvero un gioco da ragazzi visto che lei non si difende più, nemmeno a parole.

Un istante e avrebbe la sua vittoria. La sua vendetta.

Eh no, non glielo lascerà proprio fare…

Invece si guarda intorno, stupito, si gratta la testa con la pistola, sembra che cerchi qualcuno.

Il clacson di una macchina in lontananza, un accenno di vento.

«Stop. Stop. Taglia quest’ultima sequenza Karl, il resto è okay. Ti senti bene Francesca? E toglietemi di mezzo quel microfono, grazie» fa una voce davanti a loro.

«Vaffanculo Marco. Te l’avevo detto che con queste scarpe prima o poi mi facevo male» si lamenta a voce alta Ursula.

«Volontà dello sponsor, non posso farci niente» ribatte il regista, un omone grande e grosso dalla faccia squadrata. «Alzate le luci, c’è bisogno di più luce, dobbiamo vedere come sta Francesca… e voi datele una mano, forza.»

Un cameramen e due tecnici si fanno avanti, mentre l’addetto stampa scuote la testa preoccupato. Cercano di rimetterla in piedi e dopo diversi minuti ci riescono, mentre Greg continua a guardarla stupito.

«Alessandro dammi una mano, non restartene lì come un baccalà.»

«Porca troia, Francy, ma come hai fatto?»

«La vedi quel cazzo di buca? Mi fa un male cane, accidenti!»

«Chiamo il dottor Carli?»

«Portami in albergo ma prima trovami una sedia.»

«Come va?» interviene il regista.

«Voglio andare in albergo e mi serve del ghiaccio. Qualcuno mi porti del ghiaccio!»

«Posso vederla? Ti aiuto a togliere la scarpa» continua il regista, fissando la caviglia. «E voialtri trovatemi subito del ghiaccio e un dottore.»

«Non toccarla!» risponde Francesca, sedendosi su un sgabello. Una ruga profonda le incide la fronte, la bocca secca e un principio di emicrania.

«Un ortopedico, ci vuole un ortopedico, bisogna andare in ospedale» fa notare Alessandro.

«Andiamo in albergo, voglio stendermi sul letto.»

«Ma prima devi fartela vedere.»

«Aiutami a salire in macchina piuttosto. Portami via, non ne posso più.»

«Come vuoi, alzati, riesci ad appoggiarla? Ce la fai?» le domanda Alessandro.

«Che fate? Devo chiamare un taxi?» chiede a sua volta il regista.

«No, Marco non c’è bisogno. Ho la macchina proprio qui davanti, non ti preoccupare. Ci sentiamo domani.»

«Mi raccomando, tenetemi informato e per qualsiasi cosa chiamatemi.»

«Certo, sta’ tranquillo. Chi mi dà una mano a portarla lassù?»

 

Accompagnata da quattro uomini della sicurezza, la coppia di attori giunge con estrema lentezza fino al marciapiede. Qui, dopo essere stata bombardata da una miriade di foto dei fan, riesce alla fine a salire a bordo di un potente e costoso SUV.

«Hai visto che facce? Parevano davvero dispiaciuti.»

«Mai quanto me.»

«Fa sempre male?»

«Abbastanza, ora ci toccherà restare in questa cittadina del cavolo per chissà quanto tempo» si lamenta Francesca, toccandosi la caviglia già gonfia.

«Spera invece che non sia niente di grave» l’ammonisce Alessandro.

«Che vuoi dire?»

«Che se ti devi operare allora sì che saranno guai.»

«E non solo per questo film.»

«Già.»

Lasciato il lungomare, Alessandro gira a destra, poi a sinistra e supera un paio di semafori. All’albergo non manca molto ormai, anche se deve rallentare per via del traffico.

«Peccato» le dice mentre svolta in una rotatoria.

«Cosa?»

«Per la scena.»

«In che senso?»

«Stavamo recitando bene… ci toccherà morire di freddo un’altra volta.»

«Solo l’ultima parte.»

«Cioè?»

«Non hai sentito Marco? Ha detto di tagliare solamente l’ultima sequenza. In pratica quasi niente.»

«Sei sicura?»

«Certo, dove hai messo le sigarette?»

«Al solito posto.»

«Tu e la tua mania di portarti sempre dietro l’auto.»

«Che c’entra?»

«Niente, mi è venuto in mente. Ma una macchina della produzione, no?»

«Me la voglio godere. Te lo devo ripetere ancora?»

«Sì lo so, tutti quei soldi e non la vuoi lasciare ferma in garage, l’hai appena comprata… sembri un disco rotto.»

«Davvero mi avresti lasciato?» le chiede di colpo Alessandro, mentre supera un camioncino bianco.

Francesca lo guarda un po' sorpresa, dà una robusta tirata, decide di stare al gioco.

«Il copione è il copione. Tu mi volevi perfino ammazzare!»

«Quando fai la stronza sei magnifica.»

«Grazie, anche tu non eri male.»

«Nei panni dell’assassino?»

«Dell’amante deluso.»

«Già.»

«A proposito, caro il mio maritino…»

«Che c’è?»

«Lo sai che giorno è oggi?»

«Certo, io so sempre tutto.»

«Dimmelo.»

«È il giorno in cui ti uccido.»

«Basta parlare del film. Me lo hai fatto il regalo?»

«No.»

«Perché?»

«Non ho avuto il tempo.»

«Trova un’altra scusa, ti prego.»

«Perché mi hai lasciato.»

«Uffa… io però te l’ho comprato.»

«Per questo ti amo.»

«Per questo ti odio» risponde lei, un po' contrariata. Apre il finestrino e getta via il mozzicone.

«Arrivati, chiamo qualcuno della reception e ti trovo un dottore, aspettami qui.»

Alessandro esce dal SUV e si dirige verso l’ingresso dell’hotel sotto una tenue pioggerellina, mentre Francesca rimugina sulla storta e sul mancato regalo.

Testa d’uovo… ecco che se n’è scordato di nuovo… eppure lo sa bene che lei ci resta male!

Quasi quasi le viene voglia di sentire Franco, lui sì che era bravo coi regali e non ne mancava mai uno.

Peccato solo che fosse troppo geloso e possessivo per i suoi gusti.

Aveva fatto bene a lasciarlo anche se l’aveva presa male. Per giunta pure lui era una specie di agente segreto, e lei non avrebbe mai voluto fare la fine di Ursula, sebbene allora non potesse conoscerne la storia.

Pazienza, doveva accontentarsi di Alessandro e sperare nei regali e nelle attenzioni di qualcun altro, magari del suo prossimo amante.

Da diverso tempo non ne aveva uno, si ritrovò a pensare. Era giunto il momento di rimettersi in gioco. Un piccolo sgarbo, uno sfizio fra un film e l’altro, niente di più.

Perciò, mentre la pioggia s’infittiva e una Ferrari parcheggiava di fianco al SUV, Francesca di colpo era diventata quasi allegra, nonostante le fitte che la tormentavano. Nostalgia di un’avventura, sì, se lo meritava anche se bisognava tenere le antenne dritte coi media. Decisione presa, fatto. Troppe volte già rimandata, già neutralizzata. Fatto.

Ma proprio a San Valentino, Francesca… embè?

Legge del contrappasso, non faceva una grinza. Appena possibile lo avrebbe detto a Carlotta, la sua migliore amica. Per un attimo fu quasi tentata di chiamarla, ma poi si ricordò di aver dimenticato il cellulare sul set.

Meglio quindi aspettare, riflettere e soprattutto scegliere bene. Ma sensi di colpa no, non ne provava proprio. Perché nessuno in fondo era senza peccato, nemmeno suo marito.