Gatti

Scritto il 04/06/2018
da Eleonora Morrea

di Salvatore Di Sante

Aprii gli occhi prima che suonasse la sveglia. Allungai la mano verso la mensola e gettai un'occhiata assonnata al cellulare: le otto e mezza.

Rimasi qualche istante a fissare il soffitto, senza decidermi a sfuggire all'abbraccio delle coperte.

Strano: nessun rumore. Mia madre doveva essere già in piedi, di solito a quell'ora lo era già. Allora perché non sentivo cozzare i piatti nel lavello o sbuffare il ferro da stiro? Indossai la vestaglia e andai in cucina.

Dalla serranda della porta-finestra, ancora abbassata, filtrava una lama di luce

.- Maaa... - Provai a chiamare.

Che fosse uscita? Non mi aveva detto nulla, non mi risultava dovesse andare da qualche parte.

Tirai su la serranda e aprii la porta-finestra: il cielo era di un azzurro da cartolina. Mi affacciai al terrazzo sperando di vederla di sotto, magari stava armeggiando in garage o raccoglieva le foglie davanti all'ingresso.

Niente.

Anzi, una cosa era strana: le auto degli altri condomini erano ancora tutte lì. Non erano andati al lavoro? Era per caso domenica? No, era martedì. Pensai potesse essere una qualche festività ma realizzai presto che era un martedì qualsiasi, uno stupido martedì senza arte né parte.

Girai per casa controllando che fosse tutto in ordine. La porta, che da poco avevamo sostituito con una blindata, era inchiavata e col chiavistello inserito. Non c'erano cassetti aperti in modo anomalo né oggetti spostati o sparsi in giro. Nessun bigliettino al centro del tavolo, come faceva di solito mia mamma per informare di una commissione fuori programma o di un imprevisto.

Dove poteva essere andata, visto che non guidava e la mia macchina era lì di sotto? Mi sentivo completamente impotente: il suo cellulare era sinistramente posato accanto al telefono e tutte le chiavi erano al loro posto.

Raccolsi il mio mazzo, mi vestii in fretta e inforcai l'ascensore diretto al piano terra. Aleggiava ovunque un silenzio sospetto, come un'aura di cattivo presagio.

Quando l'ascensore si fermò e le porte si aprirono, finalmente trovai ad attendermi la prima cosa familiare della giornata: i miei quattro gatti che si arrampicavano veementi sulla porta a vetri, smaniosi di fiondarsi sulla colazione.

Arrivato alla loro postazione con le varie cucce, presi il barattolo delle crocchette sistemato in cima al "giocone" a castello.

-Ecco la pappa, micioni... - Iniziai a versarne sul ripiano più basso ma con la coda dell'occhio colsi un guizzo tra il verde. Mi voltai e rimasi di sasso.

Nel giardino c'erano diversi gatti. Tanti. Gatti che non avevo mai visto nei paraggi.

Un certosino sovrappeso si leccava pigramente una zampa; uno bianco a pelo lungo si arrampicava su per l'ulivo; un altro tigrato se ne stava spaparanzato al sole, sopra un pozzetto di cemento. Tantissimi gatti.

Un amalgama di colori, striature, miagolii e movenze feline dominava la scena con un che di surreale. Feci qualche passo verso di loro. I più parvero non curarsene, tranne uno piccolino, bianco e nero, che da steso si rizzò a sedere e mi piantò addosso gli occhi gialli fosforescenti.

Uno grigio, poco più in là, e un tigrato rossiccio che sbucò da una siepe fecero lo stesso e si misero a fissarmi. Alzai lo sguardo ai balconi, sperando di vedere qualcuno. I terrazzi erano deserti. Nessuno che sollevasse le persiane o aprisse le finestre.

Nessuna voce.

Nessun indizio di presenza umana.

Di colpo mi sentii come il sopravvissuto di quei film apocalittici, l'ultimo uomo sulla Terra, “Ai confini della realtà”. Anche i miei gatti ora avevano smesso di mangiare e mi fissavano immobili dai vari ripiani del castello.

Con cautela mi incamminai giù per la discesa, verso la strada, lanciando occhiate circospette alla variegata moltitudine felina.

Dapprima i gatti sembrarono perlopiù ignorarmi e continuare nel loro ozio, sornioni e indolenti. I pochi però che avevano cominciato a fissarmi non accennavano a togliermi gli occhi di dosso. Giunto in mezzo alla strada mi guardai attorno ma di nuovo non trovai nessuno. In lontananza, oltre l'incrocio, non passava neanche un'automobile.

I palazzi vicini erano muti e immobili come giganti paralizzati: dietro le finestre spente, nessun barlume di attività. Come se un disco volante avesse risucchiato tutti con uno di quei raggi folgoranti e poi fosse svanito portandoli chissà dove e per chissà cosa.

I gatti avevano iniziato a muoversi.

Decine, forse centinaia di gatti zampettavano verso di me. Rimasi immobile, lì per lì non mi sentii minacciato. La massa brulicante di orecchiette e code si avvicinava con passo vellutato. Non miagolavano, non facevano versi, non sembravano aggressivi.

Comunque sia erano tantissimi.

Troppi perché ne venisse fuori qualcosa di buono.

Decisi che avrei fatto un giro per il paese, sperando di trovare mia madre e incontrare qualcuno con cui affrontare la situazione.

E i gatti sempre dietro, sebbene a una distanza rassicurante.

Allungai un po' il passo. I felini aumentarono l'andatura. Accennai una corsetta e a quel punto cambiò tutto. Un miagolio stridulo e prolungato iniziò a salire dal branco smisurato e palpitante. Sempre più forte. Correvo a perdifiato, senza una meta e senza una direzione.

Ero completamente in preda al panico, riuscivo solo a pensare che mi avrebbero raggiunto. Non avrei potuto reggere per molto, fuori forma com'ero. Nella foga cercavo di intravedere qualcuno: su una panchina, vicino a un lampione, affacciato a un terrazzo... ma niente.

Erano sempre più vicini. Soffiavano minacciosi e urlavano i loro sinistri miagolii, ansiosi di affondare gli artigli su di me. Mi voltai e vidi uno di loro spiccare un balzo verso la mia faccia, con le fauci spalancate e le unghie estratte allo spasimo.

Il trillo della sveglia mi riportò alla realtà, appena un attimo prima che il frastuono dell'aspirapolvere mi trapanasse i timpani intorpiditi. Era il modo che aveva mia madre di comunicare il suo disprezzo verso i poltroni impenitenti.

Feci per allungare il braccio verso la mensola e zittire il cellulare, ma il mio corpo non rispose.

Non vidi nessun braccio protendersi verso la mensola.

Abbassai lo sguardo e vidi invece una zampa.

Bianca e marrone: una zampa di gatto.