Nelle mani del serial killer

Scritto il 02/07/2018
da Alessandro Cellarosi

di Salvaore Di Sante

Sinossi: Un pericoloso serial killer è ancora a piede libero, in cerca della prossima vittima. Una giovane si risveglia ammanettata al termosifone di uno squallido garage. Che intenzioni avrà l'uomo che l'ha rapita? Riuscirà a liberarsi e a scappare?

Nelle mani del serial killer

Aprì gli occhi a fatica. Sentiva le palpebre come saracinesche di metallo incollate da qualcosa di viscido. Sangue, ora ricordava. L'aveva colpita alla testa. Una sferzata gelida la fece trasalire mentre l'urlo, soffocato dal nastro adesivo, irrompeva come un inquietante muggito. Mise lentamente a fuoco un secchio, rovesciato sul pavimento di cemento grezzo, poi una parete ingombra di attrezzi da officina.

-Ciao stronza, eccoti qua! - le ruggì in faccia quell'uomo.

Corporatura imponente, barba ispida, capelli rasati; quel viso non le era del tutto nuovo. Forse l'aveva pedinata, magari per giorni, prima di catturarla; forse ne aveva meticolosamente studiato le abitudini e gli spostamenti. Si sforzò di rispondergli ma era inutile, visto il nastro adesivo.

Cercò di alzarsi ma realizzò di essere ammanettata a un termosifone per il braccio sinistro; si trascinò quindi fino a mettersi seduta, accovacciata accanto al termosifone. Il suo carceriere la scrutava con occhi furenti, misurando a grandi passi l'angusto spazio del garage e respirando pesantemente.

Con cautela la ragazza gettò occhiate tutt'intorno, cercando qualsiasi oggetto le potesse tornare utile. Sapeva che a breve l'avrebbe aggredita. Il suo aguzzino mordeva il freno, la tensione era palpabile. Purtroppo non c'era nulla che potesse afferrare o a cui potesse aggrapparsi, niente a portata di mano.

Le balenò alla mente l'immagine di lei che si avventava sul pannello a muro, afferrava un cacciavite e glielo piantava di traverso sul collo; e lui che gorgogliando sangue dalla bocca si accasciava con gli occhi sbarrati.

Di colpo però fu scossa da una tremenda frustata. La mascella e la guancia cominciarono ad avvampare. Sentiva in bocca il sapore rugginoso del sangue. Avrebbe voluto sputare ma il nastro adesivo la costrinse a deglutire.

- Prendi questo, troia! - Lo schiaffo le inondò il campo visivo di bagliori intermittenti. - Adesso me la paghi, - sibilò avvicinandosi agli attrezzi appesi. Lei diede qualche strattone col braccio ammanettato ma fu tutto vano: il termosifone era più solido che mai. Dopo un attimo di esitazione l'uomo scelse un taglierino.

-Mmmmmm... mmm... - la ragazza si rannicchiò più che poteva, freneticamente. Vedeva la lama avvicinarsi, luccicando sinistra nella penombra.

L'uomo le si inginocchiò di fronte e le strappò la camicetta. Due bei seni pieni si offrivano pallidi e voluttuosi. Disgustato dall'involontaria erezione, afferrò con brutalità il seno sinistro e strinse forte. La ragazza gemette rabbiosamente e lui per tutta risposta affondò la lama poco sopra il capezzolo; poi, incurante delle urla soffocate, disegnò nelle carni un cerchio abbastanza regolare.

Quando ebbe finito si alzò e si allontanò di qualche passo per contemplare la sua opera. La ragazza giaceva in silenzio, accasciata al suolo, col braccio ammanettato tirato verso l'alto e il volto chinato sul petto. Osservando lo squarcio vermiglio e grondante, gli venne di nuovo duro e immaginò di violentarla. Ancora una volta scacciò quel pensiero disgustoso.

C'era pur sempre un limite che non poteva e non doveva superare. Ma il ricordo lo travolse come un fiume in piena e non si accorse nemmeno delle lacrime che gli rigavano il volto. Con foga si gettò su di lei e dal cerchio martoriato e sanguinante iniziò col taglierino a scavare una linea retta.

Affondò di più questa volta. La ragazza si dibatteva e vomitava le sue grida ovattate. Lui continuò, con pazienza. Il sangue usciva più corposo. Stava tracciando una linea retta dal seno sinistro, lungo lo sterno, verso il seno destro. Si fermò. Più tardi forse avrebbe fatto un cerchio anche attorno all'altro capezzolo.

- Che ne dici? Ti piace puttana? - urlò alzandosi in piedi. La ragazza mugugnò qualcosa.

Cosa? Cosa dici? - si chinò e le strappò via il nastro adesivo dalla bocca: silenzio, solo un leggero ansimare. - Allora? - la incalzò sollevandole il mento con una manata. - Fanculo! - mormorò la fanciulla. - Ah sì? - le afferrò il seno destro e sollevò il taglierino a mezz'aria ma sentì squillare il telefono al piano di sopra.

Forse era il momento di fermarsi, aveva fatto abbastanza. Il telefono: gettò un'occhiata sul tavolo da lavoro in cerca del suo cellulare. Non ci voleva: l'aveva lasciato di sopra. Era il momento di fare quella chiamata.

Rimasta sola, la ragazza aspettò finché sentì l'uomo rispondere, poi con la mano libera si sfilò dalla bocca una forcina per capelli.

Le volanti arrivarono a sirene spiegate, con gran stridio di gomme. Gli agenti si catapultarono fuori dalle auto diretti al garage, come aveva detto al telefono il loro collega.

Sollevarono la saracinesca e lo trovarono disteso a terra, privo di sensi, con una vistosa ferita alla testa. Dal termosifone penzolava un paio di manette e poco distante, sul pavimento, c'era una chiave inglese insanguinata.

Fu subito chiamata un'ambulanza.

Uno degli agenti si affrettò a controllare il battito tastandogli la carotide. - È vivo, commissario. Guardi qui. - Sul torace era appoggiato un biglietto. L'agente lo lesse ad alta voce: “NON TI HO UCCISO LO SAI CHE PREFERISCO I RAGAZZINI”.

- Maledizione! Stavolta ce l'avevamo! - sbottò il commissario.

Il ricordo lo assalì e la rabbia si mescolò al disgusto. Ripensò a quando avevano trovato il corpicino straziato del povero Marco, dietro quella siepe. Undici anni, figlio di Andrea, il poliziotto steso là, sul pavimento del garage.

Non erano mai stati così vicini a catturarla. Sette bambini uccisi in poco più di un anno. Ed era di nuovo una corsa contro il tempo per scongiurare la prossima vittima...