Decimazione

Scritto il 10/07/2018
da Eleonora Morrea

di Simone Scala

C’era stata un’insurrezione qualche giorno prima, in un reggimento di fanteria.

Alcuni soldati avevano sparato dei colpi in aria, avevano imprecato, avevano gridato di non voler più tornare in trincea.

Il colonnello Gualtiero Beltrami, un veneto dai lineamenti duri come la roccia e dal carattere di ferro, aveva ordinato un’inchiesta, ma i colpevoli non erano stati trovati.
­ —Dieci uomini — fa il colonnello, seduto dietro la sua scrivania.
Sigaretta in bocca, mani unite sopra una montagna di carte, Beltrami ogni tanto si volta verso la finestra dove scorrono I rivoli di una pioggia incessante.

Davanti a lui, un giovane tenente di Torino magro come una lisca di pesce che non capisce il senso di quelle parole.

— Da fucilare, tenente. Come dice Cadorna, saranno d’esempio per gli altri.
Il tenente tossisce forte, l’aria della stanza trasuda nicotina e lui odia le sigarette.   
 — Tutto bene tenente?
 — Certo, signore — l’ufficiale si ricompone e torna sull’attenti. — Ha già pensato a chi scegliere?
 — Saranno estratti a sorte. Deciderà il fato.
 — Dobbiamo imbussolare anche i nomi dei complementi?

Il colonnello si alza, aggiusta l’uniforme grigio-verde, cerca un’altra sigaretta che non trova.

Poi si accosta alla finestra e guarda fuori.
 — Quando sono arrivati i rimpiazzi, tenente?
 — Ieri mattina, signore.
 — Non c’entrano nulla con l’insurrezione.
 — Esatto, signore.

Il colonnello si avvicina al giovane ufficiale e lo fissa negli occhi marroni. Ha uno sguardo penetrante e feroce, con una cicatrice profonda in mezzo alla fronte.
 — A lei piace questo esercito di leva, tenente?
 — Come dice, signore?
 — Questa accozzaglia di uomini che non ha nessuna dimestichezza con la guerra e con la disciplina, che fino a ieri si odiava e che fatica persino a comprendersi… che non sa neppure perché si trova qui.
 — Non so, non ci ho mai pensato, signore… ma la patria…
 — Ah, la patria! — lo interrompe bruscamente il colonnello. —  Lasci stare la patria, tenente. Teniamola fuori da questa miseria.

Il giovane ufficiale riprende a tossire forte, mentre il colonello torna dietro la scrivania.
 — Il generale mi ha fatto una bella lavata di capo, lo sapeva?  
 — Sì, signore.
 — Vuole più ordine fra la truppa, più decisione nell’affrontare il nemico. Mi ha detto, anzi, mi ha ordinato di essere deciso e spietato.
 — Ma i complementi non hanno alcuna colpa, signore — azzarda il tenente.
 — Tuttavia fanno parte del reggimento. Gli austo-ungarici stanno preparando qualcosa di grosso, così mi è stato riferito. Qualcosa di molto grosso. La Strafexpedition al confronto sarà stata una passeggiata, mi creda.

Si sente bussare alla porta.
 — Avanti — dice il colonnello.
Entra un capitano basso e tarchiato, fa il saluto militare e si mette pure lui sull’attenti.
 — Moraldi, certo… vada tenente, vada pure, io e il capitano dobbiamo parlare di una questione molto urgente.
Il giovane ufficiale fa anche lui il saluto militare e gira i tacchi veloce come un fulmine, ma quando arriva sull’uscio viene fermato dalla voce del suo superiore.
 — Imbussoli tutti i nomi, tenente. È un ordine.

Su dieci nomi da fucilare, due degli estratti sono complementi. Entrambi di classi anziane, provengono da Roma e da Livorno.

Nel giorno stabilito per la fucilazione la scena che si presenta è atroce. Uno dei due biascica frasi senza senso, piagnucola e grida finché non sviene.

L’altro invece, bendato e con le mani legate dietro la schiena a un palo di legno, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamandolo con voce stentorea.
 — Signor colonnello mi ascolti, la prego! Signor colonnello!

Nell’ampio spiazzo di terra battuta cala un silenzio di piombo, rotto solamente dal rumore distante del Tagliamento e da un cane che abbaia.

Tra gli altri condannati in attesa della morte, il plotone coi fucili spianati, i soldati che devono assistere per imparare la lezione, nessuno ha il coraggio di fiatare, nemmeno i cappellani militari.

Ammassi di nuvole grigie danzano in un cielo cristallino, mentre un vento gelido penetra nelle ossa.    
 — Signor colonnello abbia pietà, la scongiuro! Signor colonello!
Adesso però il colonello deve rispondere, non può più tirarsi indietro.
 — Cosa c’è soldato?
 — Signor colonello io sono innocente! Ho quattro figli a casa. Mia moglie mi aspetta… il giorno dell’insurrezione non c’ero. In nome di Dio la prego, la imploro!    
Il colonnello si accende l’ennesima Macedonia, fa qualche passo avanti, scansa una pozzanghera, poi parla.
 — Soldato, io non posso preoccuparmi di chi c’era e di chi non c’era. La giustizia terrena è imperfetta. Se tu sei innocente Dio ne terrà conto.
 — Ma signor colonnello!
 — Confida in Dio, soldato — lo interrompe brusco. — Confida in Dio.

All’improvviso l’uomo bendato tenta di divincolarsi, bestemmia, urla in un italiano infarcito di romanesco che la sua morte peserà sulla coscienza del colonnello e su quella del Regio Esercito, che Cadorna, Briccola, Cavaciocchi, Badoglio, Graziani e tutti gli altri generali sono dei gran figli di puttana e che Beppe Cecco – pace all’anima sua – vincerà la guerra; alla fine dopo aver esaurito le parole e gli insulti si mette a piangere come un bambino.

 — Confida in Dio — ripete ancora il colonnello, quando quello pare rabbonirsi un po'. — In guerra si crepa, questa è la regola. Ma se tu sei innocente andrai in Paradiso, sta’ tranquillo.

Dopodiché con un gesto secco della mano ordina al comandante del plotone di eseguire la sentenza. Mentre le gocce hanno ripreso a cadere, mentre la pioggia che danza nel vento bagna di nuovo le nefandezze degli uomini.