IVAN - Capitolo 1

Scritto il 02/08/2018
da Gianfranco Cellarosi

di Roxie Rivera

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― Erin, ti prego, non entrare. ― Seduta sul sedile anteriore del passeggero, Vivian si torse le mani. ― È troppo rischioso.
Il suo tono disperato mi annodò le viscere. ― Non ho scelta. Devo trovare Ruby.
― La troveremo in un altro modo. ― Dal posto di guida del suo catorcio rosso, Lena si voltò e mi lanciò un’occhiata supplice. ― Vivi ha ragione. Non andare.
Diedi un’occhiata fuori dal lunotto della minuscola macchina; alla vista del magazzino l’ansia mi chiuse lo stomaco. Macchiato di ruggine, l’edificio in rovina sfoggiava un aspetto ingannevole. Quell’orribile luogo ospitava una delle migliori palestre di arti marziali miste del mondo. Uomini che desideravano disperatamente diventare dei campioni, venivano a Houston da ogni dove per contendersi uno dei pochi posti liberi a disposizione.
Io però non ero venuta lì per sottopormi a un allenamento. No, ero lì perché mi serviva aiuto, del tipo che poteva darmi solo qualcuno con le mani profondamente invischiate nelle acque torbide dei bassifondi di Houston. ― Ho bisogno di aiuto.
― Questi non sono uomini a cui chiedere aiuto ― insistette Vivi. ― Questi sono uomini da cui di solito bisogna scappare.
― Sono d’accordo con Vivi questa volta. Non cercare guai, Erin ― Lena si mordicchiò il pollice. ― Davvero, lo sa bene Vivi. Mio Dio, Erin! Lei lavora per la mafia russa. Lei sa che tipo di persona è questo Ivan Markovic.
Vivi colpì la gamba di Lena con il dito. ― Io non lavoro per la mafia russa! Gesù, non dire stupidaggini del genere. Finirà che mi faranno del male.
Lena si massaggiò una gamba. ― Sei una cameriera al Samovar, e quel posto appartiene a Nikolai Kalasnikov. Se non è aver legami con la mafia questo, allora non so cosa sia.
― Non lo sai per certo ― ribatté Vivi. ― Nessuno sa veramente se Nikolai faccia parte della mafia oppure no. Sai quanto sono riservati quei ragazzi. ― Vivi mi lanciò un’occhiata. ― Quando ho iniziato a lavorare, Nikolai mi ha avvertito di stare alla larga dagli uomini che frequentano il ristorante, e io lo faccio. Ivan Markovic è un cliente abituale. Segui il consiglio di Nikolai, Erin. Stai alla larga da Ivan.
Apprezzavo la preoccupazione di Vivi, ma ormai era troppo tardi. ― Non ho scelta. Vado dentro.
Vivi sembrava sul punto di scoppiare in lacrime. Lena sospirò rumorosamente. ― Tieni il telefono in mano e seleziona il mio numero. Se succede qualcosa di strano, chiama. Verremo a tirarti fuori da lì.
In qualsiasi altro momento avrei riso a quell’osservazione da dura, ma ora avevo bisogno della sua forza e del suo sostegno. Pescai il telefono dalla borsa e lo tenni stretto con forza. ― Okay. Sono pronta.
Vivi allungò la mano e mi afferrò il polso. ― Qualsiasi cosa tu faccia, non promettergli niente. Questi russi sono famosi per onorare i loro debiti. Pretenderanno lo stesso da te. Ricorda che si aspetterà di riscuotere qualunque cosa tu gli abbia offerto.
Armata degli avvertimenti di Vivi e della promessa di Lena di venire a salvarmi il culo se la situazione fosse precipitata, scesi dall’auto. La brezza umida di maggio mi increspò la gonna. Mi lisciai il vestito con mano nervosa e mi sistemai con le dita i capelli corti. Inghiottii il nodo che mi chiudeva la gola e mi sistemai gli occhiali da sole sul naso, poi obbligai i miei piedi a muoversi.
La pesante porta principale si dimostrò quasi impossibile da aprire. Vi scagliai contro il mio corpo esile, nel tentativo di smuoverla almeno di un centimetro. Alla fine, mi infilai dentro. Una folata d’aria gelida mi colpì in faccia. Mentre entravo nel magazzino, non riuscii a fare a meno di chiedermi se aprire quella porta fosse il primo test che i combattenti dovevano superare dopo essere arrivati fin lì alla ricerca dei migliori istruttori.
Una volta all’interno di quell’enorme spazio, il coraggio mi abbandonò. Rimasi stupita dalla struttura aperta della palestra e dalle gabbie utilizzate per gli allenamenti. Dall’esterno, quel posto sembrava un buco infernale. Ora mi rendevo conto di quanto fosse ingannevole la facciata fatiscente. L’interno, sebbene poco illuminato, ospitava attrezzature costose e brulicava di uomini sudati e seminudi; alcuni si allenavano, altri si prendevano a pugni e a calci sui ring. 
La mia presenza non passò inosservata. Un paio di palestrati smisero di sollevare pesi per fissarmi a bocca aperta. Imbarazzata, mi strinsi le braccia attorno al corpo. Forse Vivi aveva ragione. Era stata davvero una pessima idea.
― Posso aiutarti? ― chiese un uomo attempato abbastanza da essere mio nonno, avvicinandosi da una postazione vicina. La voce fortemente accentata mi sorprese. Non era la lingua madre russa a colorare le sue parole. No, era lo spagnolo. ― Ti sei persa?
Scossi il capo. ― Devo vedere il signor Markovic.
L’uomo inarcò le sopracciglia bianche, sorpreso. ― Ivan? Tu vuoi vedere Ivan?
Annuii. ― Sì, grazie.
Mi studiò per un momento prima di esalare un sospiro e farmi un cenno con le dita. ― Seguimi.
Gli rimasi vicina mentre mi guidava attraverso il magazzino. Tenni gli occhi incollati al dorso della sua maglietta grigia, rifiutando di incontrare gli sguardi curiosi che mi seguivano. Apparentemente non si vedevano molte donne in quel posto.
― Aspetta qui. ― Il vecchio mi lanciò un’occhiata d’avvertimento. ― Non parlare.
Le sue istruzioni mi strinsero lo stomaco. Non parlare? Ma che diavolo di posto era quello? 
Rimasta sola, osai alzare lo sguardo sulla gabbia di metallo davanti a me. Era piazzata su una pedana rialzata e assomigliava a quella che avevo visto una volta su una tivù a pagamento. Seduta nel salotto del mio ragazzo di allora, non ero riuscita a vedere il combattimento fino alla fine. Assistervi ora, così da vicino tanto da sentire ogni tonfo del corpo a corpo, mi lasciò un po’ frastornata. Violenza e sangue non erano cose che sopportavo facilmente.
Al contrario di Vivi e Lena, avevo vissuto tutta la vita nella bambagia; prima dei recenti problemi di dipendenza di Ruby e dei suoi guai con la legge, non avevo mai conosciuto la parte malfamata di Houston. Ora mi sorbivo un corso accelerato di navigazione nel peggio che la città avesse da offrire.
Un uomo urlò, attirando la mia attenzione. Potevo sentirlo chiaramente anche al di sopra della musica sparata a tutto volume dall’impianto stereo. Sebbene non avessi mai incontrato Ivan Markovic, non ebbi dubbi che quell’uomo intimidatorio fosse lui.
In piedi appena fuori dalla gabbia, sembrava così fuori posto in pantaloni grigi perfettamente tagliati su misura e camicia bianca. Le maniche arrotolate fino ai gomiti rivelavano braccia muscolose ricoperte di tatuaggi. Persino da quella distanza, le lettere cirilliche erano chiaramente visibili. Non avevo bisogno di essere un iniziato per capirne il significato.

(continua...)