Una Rosa Per Adam

Scritto il 09/08/2018
da Gianfranco Cellarosi

di: Julie Garwood

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Rosehill Ranch, Valle del Montana, Primavera 1881

 

La trovò nel suo letto.

Adam Clayborne sorprese la famiglia rientrando a casa nel pieno della notte con due giorni d’anticipo. Non aveva progettato di tornare al ranch prima di venerdì, ma aveva concluso i suoi affari ed era stufo di dormire all’aperto. Voleva sotto di sé lenzuola pulite e un materasso morbido.

Sapeva che la casa era piena, poiché la settimana successiva sarebbe stato il compleanno di mamma Rose, e i fratelli e la sorella avevano accettato di venire alla fattoria per aiutare con i preparativi. La maggior parte della città di Blue Belle era stata invitata alla festa, insieme a venti, trenta persone che venivano da Hammond. Mamma Rose aveva stretto molte amicizie da quando si era sistemata al ranch, più d’un anno prima. Solo del gruppo della chiesa erano più di cinquanta invitati tra uomini e donne, e ognuno di loro aveva programmato di partecipare alla festa.

Dopo che Adam ebbe sistemato il cavallo e bevuto qualcosa di fresco in cucina, era ormai passata la mezzanotte. La casa era silenziosa come una chiesa di sabato notte. Si tolse gli stivali nell’atrio e cercò di non fare nessun rumore nel salire le scale, andò nella sua camera, alla fine del corridoio e prese a svestirsi. Non si preoccupò di accendere la lampada sul comodino, perché il chiarore lunare che entrava dalla finestra aperta era sufficiente a distinguere i contorni del mobilio.

Buttò la camicia sulla sedia vicina, si stirò le braccia e sbadigliò. Signore, era bello essere a casa. Con le ossa stanche e mezzo addormentato, si lasciò cadere sul doppio letto per sfilarsi i calzini... solo che non si sedette in realtà sul letto, quanto piuttosto su una donna molto morbida, calda e profumata.

Lei emise un gemito. Lui una bestemmia.

Un attimo prima Genevieve Perry era profondamente addormentata, quello dopo completamente sveglia. Fu come se la casa le fosse caduta addosso. D’istinto, spinse via il peso morto dalle proprie gambe e balzò seduta sul letto. Afferrando il lenzuolo, lo tenne alto fino al collo, sbirciando l’enorme uomo disteso sul pavimento.

― Cosa state facendo? ― sussurrò.

― Sto cercando di andare nel mio letto ― sussurrò lui di rimando.

― Adam?

― Sì, Adam. Chi siete voi?

Lei fece scivolare le lunghe gambe fuori dal letto e gli porse la mano.

― Il mio nome è Genevieve, è un vero piacere conoscervi. Vostra madre mi ha parlato così tanto di voi.

Lui sgranò gli occhi incredulo. Quasi scoppiò a ridere, tanto la situazione era ridicola. Non si rendeva conto, quella donna, che poteva vederle le braccia e le gambe nude? Ovviamente non indossava molti indumenti, e quel lenzuolo costituiva una ben misera barriera.

― Sarò felice di stringervi la mano quando sarete vestita.

― Oh... Signore.

La sua reazione gli disse che finalmente si era accorta di quanto fossero imbarazzanti quelle circostanze. 

― Immagino che accendere la lampada sia fuori discussione ― disse lui.

― No, no non si può fare. Sono in camicia da notte. Davvero dovreste uscire dalla stanza prima che qualcuno ci sorprenda. È sconveniente.

― È la mia stanza ― le ricordò. ― E abbassate la voce, o sveglierete tutta la casa. Non voglio che i miei fratelli corrano qui e scoprano cosa sta succedendo.

― Non sta succedendo niente.

― Ne sono consapevole, Genevieve ― Adam si mise seduto, aprì le lunghe gambe e appoggiò le braccia alle ginocchia. Cercò di essere paziente e attese che lei gli spiegasse perché si trovava nel suo letto.

Quando la sua vista si adattò all’oscurità, Genevieve diede una buona occhiata all’uomo che aveva popolato i suoi sogni per due anni. Signore, era meraviglioso. Aveva cercato di immaginarselo, aveva fantasticato su di lui ma in quel momento si accorse che non gli aveva reso giustizia. I lineamenti del viso erano perfettamente scolpiti. Sembrava che fosse stato modellato da una di quelle antiche statue che Genevieve aveva visto al museo, quando era a casa. Adam aveva la stessa fronte spaziosa e gli zigomi pronunciati, nonché la bocca identica e il naso diritto. Gli occhi lo rendevano ancora più bello. Erano del colore della notte. Il suo sguardo era intenso, fisso su di lei, in quel momento, e Genevieve ne avvertiva il calore fino ai piedi.

Non riusciva a smettere di guardarlo. Era molto più imponente di quanto avesse immaginato, e molto più muscoloso. Era snello, e tuttavia i suoi avambracci erano enormi, e suggerivano un’incredibile forza. Poteva percepire la tensione annidata dentro di lui, e seppe senza dubbio che se avesse deciso di balzare su di lei non le avrebbe lasciato neppure il tempo di battere le ciglia. Quel pensiero la fece rabbrividire. Non aveva mai pensato che potesse essere un uomo pericoloso, ma del resto non se l’era mai immaginato accigliato, e di sicuro ora lo era.

Nella vecchia ma confortevole camicia da notte sbiadita che si rifiutava di buttare, Genevieve era consapevole di avere l’aspetto sciatto di una parente povera. Si tirò il lenzuolo ancora più su, per nascondere la scollatura logora.

Avrebbe dovuto sentirsi inorridita a seguito di quella intrusione, ma non lo era. Non era minimamente spaventata. Perbacco, non avrebbe provato un irresistibile impulso di ridere se avesse avuto paura, no? Inoltre, conosceva Adam meglio di chiunque altro al mondo, persino dei suoi fratelli, perché aveva letto tutte le lettere che lui aveva scritto negli anni a mamma Rose.

― Non dovete preoccuparvi ― gli sussurrò. ― Non griderò aiuto. So chi siete e non ho paura.

Lui serrò la mascella. ― Non avete ragione di avere paura. Cosa state facendo nel mio letto?

― La stanza degli ospiti è occupata, così vostra madre mi ha detto di prendere la vostra. Le ho fatto una sorpresa arrivando senza preavviso. Mi aveva invitato a Rosehill molto tempo fa, ma a causa di circostanze fuori del mio controllo non sono potuta venire, finora.

D’improvviso, Adam comprese chi fosse veramente Genevieve. Era forte, ma anche veloce quando voleva. Prima che lei prendesse respiro, lui fu in piedi e a mezza strada per uscire dalla stanza.

― Aspettate ― lo richiamò lei. ― Non vi ha detto vostra madre che sarei venuta a Rosehill?

― No.

Adam sapeva di risultare scontroso, ma non poteva farci niente. Avrebbe dovuto capire subito di chi si trattava. Il suo accento meridionale avrebbe dovuto essere un chiaro indizio, e sebbene avesse notato la dolcezza musicale della sua voce, non gli era venuto in mente fino a quel momento che fosse la donna di cui mamma Rose gli aveva parlato.

Fece per afferrare la maniglia della porta quando lei lo richiamò di nuovo. ― Intendete dire che non vi ha spiegato?

Lentamente, Adam si voltò. ― Spiegare cosa? ― chiese evasivo.

Lei si strinse nella camicia da notte e si mosse al chiarore della luna. Adam vide chiaramente il suo viso, e realizzò il rischio che stava correndo. Senza dubbio, Genevieve Perry era la donna più bella che avesse mai visto. I capelli neri erano tagliati corti e le incorniciavano un viso angelico a forma di cuore. Aveva zigomi alti, naso stretto, e una bocca che avrebbe spinto un uomo a immaginare di tutto. La sua pelle era priva di imperfezioni e quel sorriso innocente aveva il potere di provocare un vero scompiglio.

Adam scese con lo sguardo, che il Signore lo aiutasse, e le gambe formose gli apparvero altrettanto perfette.

Si mise a sudare freddo. Era bella, d’accordo, ma non vedeva l’ora di liberarsi di lei.

― Cosa, esattamente, mamma Rose avrebbe dovuto spiegarmi?

E quando lei gli sorrise, il suo cuore si fermò. Ogni fibra del corpo di Adam prese a lanciargli avvertimenti, urlandogli di uscire di lì prima che fosse troppo tardi, e rimanesse vittima del suo incantesimo.

― Adam, sono la vostra sposa.

(continua...)